L'interstizio, o la rete che il corpo aveva sempre avuto
Una scoperta dell'anatomia dà un corpo ai meridiani della Medicina Cinese: lo spiega un medico agopuntore a Repubblica, e riguarda chi lavora con le mani.
C’è un momento, nelle conversazioni che contano, in cui ci si accorge che due mondi che si credevano lontani stanno parlando della stessa cosa. Mi è successo guardando un breve video di Repubblica in cui il dottor Giovanardi, medico agopuntore, racconta l’interstizio: una parola che fino a pochi anni fa non compariva nei libri di anatomia e che oggi costringe a riscriverne qualche pagina. Pochi minuti, ma densi, che qui provo a restituire con il rispetto che meritano e con le mani di chi, ogni giorno, tocca.
Una scoperta che non sembrava possibile
Per secoli l’anatomia ha descritto il corpo tagliandolo. È il suo metodo, e ha funzionato benissimo: organi, vasi, nervi, tutto catalogato con precisione. Ma tagliare ha un prezzo: nel momento in cui un tessuto viene fissato per il microscopio, i liquidi che lo attraversano scompaiono, e con loro gli spazi che quei liquidi tenevano aperti. Ciò che nel corpo vivo era una rete di cavità piene, sul vetrino diventava un tessuto compatto. Così, per lungo tempo, nessuno ha visto ciò che era davanti agli occhi di tutti.
La svolta è arrivata guardando il corpo dal vivo. Con strumenti capaci di osservare i tessuti senza estrarli, i ricercatori si sono accorti che sotto la pelle, attorno agli organi, lungo i vasi e i muscoli, corre un sistema continuo di spazi pieni di fluido, sostenuti da un reticolo di fibre di collagene. Lo hanno chiamato interstizio. Nell’intervista il dottor Giovanardi racconta un dettaglio che mi ha colpito: osservando campioni di pelle tatuata, i ricercatori hanno notato che i pigmenti d’inchiostro si spostavano lungo percorsi prima non riconosciuti, attraverso spazi microscopici che nessuna mappa prevedeva.
Ciò che sembrava un insieme di cavità isolate si è rivelato una rete unica, che collega gli organi fra loro e che affianca i due sistemi di trasporto già noti, quello cardiovascolare e quello linfatico. Non è un dettaglio: è un terzo modo in cui il corpo fa circolare ciò di cui ha bisogno, e un modo in più in cui le sue parti si parlano.
Ciò che la tradizione aveva già descritto
Qui il suo racconto ha preso la piega che aspettavo. Perché la Medicina Tradizionale Cinese descrive da millenni un sistema di canali che percorrono il corpo, collegano gli organi e trasportano ciò che chiama Qi: i meridiani. Per la scienza occidentale sono rimasti a lungo una metafora elegante, priva di riscontro anatomico, perché a cercarli con il bisturi non si trovavano.
Non si trovavano, dice il dottor Giovanardi, perché gli strumenti per vederli non esistevano. La descrizione dei meridiani si sovrappone in modo sorprendente ai piani fasciali e alle zone del tessuto connettivo a più alta conducibilità, proprio quelle in cui l’interstizio è più ricco. E in quegli spazi circolano cellule importanti, molte delle quali immunitarie: un fatto che dà sostegno concreto ad alcune intuizioni antiche della medicina cinese sul modo in cui il corpo si difende e si regola.
Non è la prova che la tradizione avesse ragione su tutto. È qualcosa di più interessante: è un ponte. Da una parte una conoscenza costruita in secoli di osservazione paziente, senza strumenti ma con una finezza di sguardo che ancora sorprende; dall’altra una scienza che, con strumenti nuovi, arriva a descrivere una struttura compatibile con quella conoscenza. Le due sponde non si annullano: si guardano, finalmente, da vicino.
La scienza non aveva gli strumenti per vederlo. La tradizione non aveva le parole per dimostrarlo. Il corpo, nel frattempo, ha continuato a funzionare.
Come agisce un ago
Se l’interstizio è la rete, l’agopuntura è uno dei modi con cui la tradizione ha imparato a interrogarla. Nell’intervista il dottor Giovanardi descrive tre livelli con cui l’ago produce i suoi effetti, e mi ha colpito come si tengano insieme.
Il primo è tissutale. Quando l’ago entra e viene manipolato, il tessuto connettivo si avvolge attorno a esso e si deforma: quella distorsione meccanica si propaga lungo la rete interstiziale e la fascia, e viaggia ben oltre il punto di inserimento. È il livello che più parla a chi lavora con le mani, perché la stessa rete risponde alla pressione, alla trazione, al calore.
Il secondo è nervoso. L’ago stimola le terminazioni nervose, e il segnale sale verso il midollo e il cervello, dove modula la percezione del dolore e le risposte del sistema autonomo. Il terzo è biochimico: la stimolazione favorisce il rilascio di oppioidi endogeni, le molecole con cui il corpo, da sé, regola il dolore e lo stato di quiete.
Tre livelli, dunque, ma una sola rete che li attraversa. E tutti e tre funzionano non perché qualcuno introduca qualcosa dall’esterno, ma perché il corpo viene messo nelle condizioni di usare ciò che già possiede.
Che cosa cambia per chi tocca
Arrivo al punto che mi sta più a cuore. La riflessologia plantare non è agopuntura: non usa aghi, non è un atto medico, e non pretende di esserlo. Ma condivide con la Medicina Cinese la stessa mappa e la stessa idea di fondo: che il piede sia un territorio in cui il corpo intero si riflette, e che una pressione precisa in un punto possa raggiungere qualcosa che sta lontano.
Per anni, a chi ci chiedeva “ma come fa un piede a parlare con lo stomaco?”, abbiamo risposto con la tradizione, con l’esperienza, con i risultati che vedevamo. Oggi possiamo aggiungere un tassello: esiste una rete continua di tessuto e fluido che collega il piede a tutto il resto, e quella rete risponde alla mano. Il pollice che scende lungo la pianta lavora sul tessuto connettivo, sulle terminazioni nervose, e attraverso di loro sulla chimica del corpo. Non è magia. È anatomia, vista con strumenti che prima non c’erano.
Questo non ci autorizza a promettere di più. Anzi, ci chiede di essere più rigorosi, non meno: di studiare l’anatomia con la stessa serietà con cui studiamo le mappe, di sapere che cosa c’è sotto le nostre dita, di riconoscere quando una persona ha bisogno del medico e non di noi. La scienza che conferma la tradizione non abbassa l’asticella: la alza.
Il ponte è la nostra casa
Chi entra nel nostro corso di Riflessologia Plantare lo scopre presto: non insegniamo una tecnica a memoria, ma un modo di guardare il corpo che tiene insieme le due sponde. Da una parte l’anatomia e la fisiologia occidentali, studiate con serietà; dall’altra la Medicina Cinese, con le sue mappe, i suoi meridiani, le sue stagioni. Per anni ci è sembrato di tenere insieme due lingue diverse. Oggi scopriamo che parlavano della stessa cosa, e che il corpo, nel frattempo, non ha mai smesso di funzionare così.
L’interstizio non cambia ciò che facciamo con le mani. Cambia il modo in cui possiamo raccontarlo, e la fiducia con cui possiamo farlo. Il tocco resta un linguaggio antico; adesso ha anche una geografia da mostrare.
Cristian Bresadola
Questo articolo rielabora un’intervista video al dottor Giovanardi, medico agopuntore, pubblicata da Repubblica: le sue parole sono qui riportate in sintesi, non come citazioni letterali. La riflessologia plantare è una pratica di benessere naturale: facilita le risorse del corpo e non sostituisce il parere né le cure del medico.